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29 ottobre 2019 Ciriè Redazione

Il caso è stato scoperto dalla Guardia di Finanza. Ora la donna rischia da sei mesi a tre anni di reclusione

Continuava a percepire l'assegno di disoccupazione pur vivendo (e lavorando) all'estero

L’infermiera in questione fino ad oggi ha guadagnato indebitamente circa 15 mila euro

Economia e Lavoro
L'episodio va aggiungersi ad un altro scenario - illustrato a chi scrive da alcune testimonianze del settore - che vederebbe operatori sanitari e para sanitari scegliere di lavorare in nero anche nella disponibilità dei committenti ad una regolarizzazione, per per potersi garantire il reddito di cittadinanza
La Guardia di Finanza di Torino ha scoperto che un'infermiera professionale di 48 ann percepiva l’indennità di disoccupazione in Italia vivendo però all’estero. La donna, di origine rumene, aveva mantenuto la propria residenza anagrafica a Ciriè e subaffittato l’alloggio, sul cui citofono rimaneva la targhetta del suo nome, dove viveva ad una sua connazionale, senza disdire il contratto di locazione a suo nome. Così la “Naspi”, nel frattempo, continuava ad essere accreditata sul suo conto corrente acceso presso uno sportello bancario nel Ciriacese.
 
Le indagini, condotte dai Finanzieri della Tenenza di Lanzo Torinese, hanno però accertato come la beneficiaria dello speciale emolumento, a seguito di una chiamata effettuata dal Centro per l’Impiego di Ciriè, relativa ad una procedura di selezione per infermieri per la quale non si era presentata, era ritornata in Italia solo per ottenere il rilascio di documentazione utile ad esercitare la professione di infermiera in Romania, dove nel frattempo si era trasferita.
 
Come hanno spiegato i baschi verdi, in ogni caso la donna era tenuta a comunicare al Centro per l’Impiego e all’I.N.P.S. il suo trasferimento dall’Italia»,cosa alla quale non ha adempiuto.
 
L’infermiera, che fino ad oggi ha guadagnato indebitamente circa 15 mila Euro, è stata denunciata alla Procura della Repubblica di Ivrea per indebita percezione di erogazione ai danni dello Stato. Rischia una reclusione da sei mesi a tre anni. La posizione della donna è anche al vaglio della Procura Regionale della Corte dei Conti al fine di quantificare il danno causato alla comunità.
 
L'episodio va aggiungersi ad un altro scenario - illustrato a chi scrive da alcune testimonianze del settore - che vederebbe operatori sanitari e para sanitari scegliere di lavorare in nero anche nella disponibilità dei committenti ad una regolarizzazione, per per potersi garantire il reddito di cittadinanza.