Il campo militare delle Vaude, situato a San Maurizio Canavese, ha attraversato epoche storiche lasciando tracce dolorose che la storiografia ufficiale ha spesso ignorato. Se la memoria collettiva ricorda il sito come prestigioso teatro di parate sabaude e ricevimenti reali, i documenti d’archivio rivelano una realtà ben più cupa: negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia (1861-1870), l’area ospitò un vero e proprio campo di concentramento. Qui confluivano le truppe di Francesco II che si erano rifiutate di passare nell’esercito dei Savoia e i “briganti” siciliani catturati durante la risalita dei Mille.
I carteggi di Camillo Cavour e i giornali dell’epoca descrivono l’arrivo a vagonate di soldati dell’esercito di “Franceschiello” e di papalini dello Stato della Chiesa, ritenuti bisognosi di una drastica rieducazione morale e civile. Il viaggio verso il Piemonte era un calvario: stipati sottocoperta per giorni su navi simili a quelle usate dagli schiavisti nelle Americhe, i prigionieri giungevano a Genova per poi proseguire a piedi, in marcia per almeno una settimana, con abiti sdruciti e scarpe ormai sfondate. Stremati dalle fatiche, una volta giunti alle Vaude, i detenuti avevano diritto solo a una “mezza razione di cattivo pane” e a una ciotola di acqua sporca che i responsabili del rancio spacciavano per minestra.

In una terra dove l’autunno è freddo e l’inverno gelido, dormivano in tende senza giaciglio e con ripari approssimativi. Molti morirono di fame e di stenti, tanto che il campo è stato paragonato per crudeltà a quello nazista di Buchenwald. Se il vero “inferno” fu Fenestrelle — dove i cadaveri venivano liquefatti nella calce viva per cancellarne persino il ricordo — le Vaude ne furono l’anticamera burocratica: tra il 1861 e il 1862 vi transitarono ufficialmente oltre 12.000 uomini.

Queste vicende sono al centro del saggio storico “I prigionieri dei Savoia – Storia della Cajenna italiana” di Giuseppe Novero. «Era una pagina non nota del nostro territorio che andava approfondita — spiega l’autore — legata alla necessità di gestire il dissenso dopo l’Unità. Non fu semplice “fare gli italiani” viste le enormi differenze socio-economiche; la soluzione più immediata per il potere centrale fu la repressione». Il governo sabaudo cercò persino una “soluzione finale” geografica per i vinti, incaricando il capitano Carlo Alberto Racchia di esplorare aree remote nel Borneo, in Patagonia e in Tunisia per fondarvi una colonia penale, prima che l’epilogo sfociasse nell’emigrazione di massa verso le Americhe.
Nonostante la rilevanza storica, oggi non esiste un riconoscimento visibile presso le Vaude. «L’area è stata usata per decenni come poligono per l’addestramento dei carri armati — prosegue Novero — e questo ha contribuito a far perdere la memoria del suo uso iniziale. Recuperare questo passato è però fondamentale».
Il tema dell’identità è centrale nell’opera di Novero, che nel suo ultimo libro “Le parole che contano” ha dialogato con nomi illustri come Guido Bodrato, Toni Capuozzo, Giancarlo Caselli e Annamaria Furlan. «È determinante conoscere l’anima intima di ogni termine — conclude l’autore — perché solo attraverso il consenso su significati condivisi si possono evitare i conflitti. La sfida di oggi è antropologica: dobbiamo ritrovare un’identità generazionale che parta dal nostro passato, anche quello più scomodo…»


