CHIVASSO – Non ci sarà alcuna cerimonia pubblica per l’ultimo saluto a Domenico Belfiore, l’esponente di spicco della ’ndrangheta deceduto a 73 anni presso l’ospedale di Chivasso. Il Questore di Torino ha emesso un decreto che vieta categoricamente lo svolgimento dei funerali in forma solenne, provvedimento già recepito dalla parrocchia di Madonna del Loreto, dove le esequie erano inizialmente programmate.
Belfiore stava scontando la condanna definitiva all’ergastolo come mandante dell’assassinio di Bruno Caccia (nella foto in home), il Procuratore di Torino ucciso in un agguato mafioso nel giugno del 1983.
L’intervento di Don Ciotti Sulla vicenda, che tocca corde sensibilissime della memoria collettiva, è intervenuto con fermezza Luigi Ciotti. Il fondatore di Libera, in un’intervista a La Stampa, ha tracciato un confine netto tra pietà religiosa e celebrazione pubblica: «La preghiera non si nega a nessuno, ma celebrare una messa solenne per un mafioso non pentito significa mettere un uomo di sangue sullo stesso altare dei santi».
Secondo Don Ciotti, officiare esequie pubbliche per chi ha ucciso senza mai mostrare segni di pentimento non è solo un «errore pastorale», ma rappresenta una «ferita inferta ai familiari delle vittime». Un atto che rischia di trasmettere un messaggio devastante: che il dolore di chi ha perso un caro per mano della criminalità organizzata possa essere messo in secondo piano.
Il coraggio della comunità Il sacerdote ha poi richiamato le comunità ecclesiali a una presa di posizione più coraggiosa contro quella “zona grigia” in cui le mafie prosperano: «Essere Chiesa in terra di mafia significa avere il coraggio della profezia, anche se scomoda. Il silenzio e il ‘farsi i fatti propri’ sono i migliori alleati del male».
Il caso Belfiore riapre così un dibattito mai sopito sulla gestione dei riti religiosi per figure legate alla criminalità organizzata, sottolineando la necessità di tutelare la dignità delle vittime e la fermezza delle istituzioni.


