Pfizer-mielite trasversa: vince la legge, non i “no vax”
C’è una sottile ma fondamentale differenza tra il riconoscimento di un diritto e la validazione di un complotto. La recente sentenza della Corte d’Appello di Torino, che ha riconosciuto l’indennizzo per un caso di reazione avversa al vaccino Pfizer, è stata immediatamente cavalcata, come era peraltro prevedibile, sui social dalle galassie “No Vax” come il trofeo definitivo, la prova che “avevano ragione loro”. Niente di più lontano dalla realtà giuridica e scientifica.
Il fulcro della decisione non risiede infatti nella messa in discussione della campagna vaccinale, ma nel principio supremo di solidarietà sancito dalla nostra Costituzione. Ogni farmaco, dall’aspirina ai salvavita più complessi, porta con sé una statistica, per quanto infinitesimale, di effetti collaterali.
Quando lo Stato invita – o impone – un trattamento per proteggere la collettività, ha il dovere etico e legale di non abbandonare chi, in quella battaglia comune, subisce un danno. E pertanto vince la legge perché si riafferma così la Legge 210/92, che prevede un supporto concreto per le complicanze irreversibili.
Non è quindi una vittoria dei complottisti, perché la scienza non ha mai negato l’esistenza di reazioni avverse; le ha catalogate, monitorate e messe sul piatto di un rapporto rischi-benefici che, fino a (vera) prova contraria, ha salvato milioni di vite. Gridare alla “vittoria” contro i vaccini davanti a una sentenza di indennizzo è un paradosso logico: è come dire che l’esistenza delle cinture di sicurezza sia la prova che le auto siano progettate per uccidere. Al contrario, dimostra che il sistema è solido proprio perché prevede il soccorso quando qualcosa non va. Il diritto all’indennizzo non è una smentita della scienza, ma l’esercizio più alto della democrazia: il riconoscimento che la vittima di una rarità statistica non è un numero, ma un cittadino da tutelare.


