Tante facce di un territorio che resiste Un anno di lavoro fra crisi e speranze
Economia e Lavoro
11 Gennaio 2012

Tante facce di un territorio che resiste Un anno di lavoro fra crisi e speranze

«Speriamo che sia migliore». La classica e inutile risposta agli altrettanto classici «auguri di felice anno nuovo» sembra assumere, in questa fine di 2011, una valenza meno banale, quasi rivestirsi di una corporeità che dà forma e, soprattutto, sostanza a preoccupazioni e speranze assolutamente reali. Quello «speriamo che sia migliore» che abbiamo pronunciato chissà quante volte in passato, spesso automaticamente, senza nemmeno sapere che cosa sperare o migliore di cosa, quest’anno ha un contenuto preciso.
Ora, la presa di coscienza è sempre un bene ma non sempre è augurabile. Alzi la mano chi non avrebbe preferito continuare a scambiare auguri e frasi banali invece di rispondere al «buon anno» con uno «speriamo che sia migliore» carico di idee precise e desideri maledettamente concreti: lavoro, sicurezza, fine di una crisi ormai avvitata su se stessa. E dentro noi stessi.Sfogliare le pagine dedicate all’economia e al lavoro è molto più che scorrere delle notizie per farne un elenco da consegnare alla storia. È un po’ come rivivere le emozioni, gli affanni, la rabbia, le polemiche, oppure le gioie, le soddisfazioni, l’orgoglio, la carica che quelle notizie si portano dietro. Dare l’annuncio di un’azienda che chiude e lascia a casa decine di lavoratori non è come annotare un semplice dato economico-statistico. Così come parlare di un’esperienza imprenditoriale di successo non è come esaltare una bella idea con toni da rotocalco televisivo. Ci sono storie, dietro. E vite, passioni, fatiche, paure. C’è un calderone di umori e di speranze.
Luci ed ombre caratterizzano il territorio dal punto di vista economico e occupazionale, frutto di un 2011 in linea con la tendenza nazionale. Ma con una peculiarità e un’ambiguità tutta sua, che chi osserva quotidianamente la realtà locale ha il dovere di rilevare e di raccontare, prima che si disperda nei cliché delle statistiche e dei titoli preconfezionati.
Quanti picchetti abbiamo raccontato, in questo 2011. Quante ore di cassa integrazione, quanti stereotipi dei politici, quanta indignazione dei sindacati, quante paure dei lavoratori. Il dramma dei dipendenti dell’Isap di Volpiano (nella foto grande, in alto) è soltanto l’ultimo, triste evento in ordine di tempo. Insieme alla vicenda “tira e molla” di Asa, che sembrerebbe ormai simile a una comica se solo non fosse in gioco il destino di centinaia di famiglie. E poi, andando a ritroso, il fallimento della Baltea Toner di Leinì e della Audasso di Borgaro, i presidi davanti alla Tristone di Ciriè e all’ormai ex Compuprint di Leinì, la cassa integrazione alla Pininfarina di San Giorgio, il benservito della Flabeg di Cafasse, le preoccupazioni dei lavoratori di Alenia, della cartiera di Germagnano e della Eaton di Rivarolo. Per citare, a memoria, solo i casi più eclatanti e di cui si è parlato maggiormente.
Per contro, o parallelamente – ed è qui l’ambiguità di un territorio che ha ancora buone cartucce da sparare – c’è tutto un mondo che resiste e che, in alcuni casi, costruisce futuro per sé e per altri. È il caso di aziende che sembrano reggere alla crisi, mostrando coraggio al punto di investire e ampliarsi (come la Ahlstrom e la Megadyne di Mathi) o di realtà che hanno saputo trasformare, nei decenni, la tradizione artigiana in una grande realtà industriale in grado di competere sui mercati nazionali e internazionali, come la Manifattura Tessile di Nole o la Filmar di Caselle. Anche qui, solo per citarne alcune e senza con questo dimenticare tutte quelle realtà che, in silenzio, continuano a lavorare. E poi ci sono almeno altre due macrocategorie che non abbassano lo sguardo davanti alla crisi. La prima è quella delle piccole realtà artigiane, agricole e commerciali che fanno di tutto per sopravvivere, fanno comunicazione, partecipano alle fiere, valorizzano le loro eccellenze e ne fanno un punto di forza. La seconda è quella degli imprenditori di se stessi, dei professionisti che creano e dei giovani che, dopo una valida formazione, s’inventano un lavoro. Quanti ne abbiamo raccontati, quest’anno.
Ecco, di sostanza da mettere nel noioso «speriamo che sia migliore», ce n’è. E forse è proprio la sostanza con cui riempire gli auguri che, al di là di manovre e mercati, ci salverà.

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