Posto che la violenza belluina è sempre un fallimento e che non è mai accettabile (da qualunque parte arrivi), c’è un video che gira vorticosamente da ore, rimbalzato dai profili dei ministri alle home page dei grandi quotidiani. Ritrae un agente a terra, colpito da un piccolo martello da quelli che altro non sono che vigliacchi e criminali. È diventato il simbolo della “ferocia” dei manifestanti di Askatasuna. Ma, come spesso accade nella cronaca di piazza, quel frame di pochi secondi è solo la punta di un iceberg fatto di nebbia acida, cariche confuse e un bilancio sanitario che Torino non vedeva dai tempi della pandemia.
La versione del campo: l’agente “isolato” o “staccato”?
Secondo alcune testimonianze dirette di chi si trovava a pochi metri — tra cui la giornalista del Manifesto Rita Rapisardi — la dinamica dell’episodio chiave sarebbe diversa da quella ufficiale. Non un accerchiamento pianificato, ma l’esito di una carica frammentata. Un gruppo di circa venti agenti avrebbe puntato una trentina di manifestanti rimasti in Corso Regina. In quel frangente, un operatore si sarebbe staccato dallo schieramento per inseguire due persone, finendo per isolarsi di circa quindici metri.
È in questo vuoto tattico che nasce lo scontro: l’agente perde il casco (non allacciato), cade e viene colpito dal martelletto. Ma c’è un dettaglio che i video virali omettono: le grida degli stessi manifestanti — «Basta, lasciatelo stare» — che interrompono l’azione, permettendo ai colleghi di recuperarlo.
Il “bollettino di guerra” e l’emergenza sanitaria
Se la politica stringe le mani in ospedale, il resto della cronaca parla di trenta persone finite nei pronto soccorso torinesi, molti dei quali con ferite alla testa e labbra spaccate. Gli ospedali cittadini erano stati allertati già dalla sera precedente, un protocollo d’emergenza che a Torino non veniva attivato dai picchi del Covid.
A terra restano le tracce di una gestione dell’ordine pubblico durissima: in molti oltre la testimo nianza della giornalista di cui sopra, hanno segnalato lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo — pratica vietata dalle convenzioni — che hanno causato intossicazioni e ferite da impatto. «Eravamo un bersaglio», ha racconttoa chi era lì, descrivendo scene di persone costrette a nascondersi tra le auto per sfuggire ai candelotti lanciati ad altezza viso.
La guerra delle immagini
Resta il nodo del video “politico”: un filmato girato da un videomaker locale, tagliato del logo originale e rilanciato dalle alte cariche dello Stato senza citare la fonte. Una narrazione che ha trasformato un episodio confuso di una notte violenta nell’unica notizia degna di nota, oscurando il dato complessivo: una piazza infuocata, una gestione muscolare e una città che si risveglia con troppe teste fasciate da entrambi i lati della barricata.
La testimonianza integrale della giornalista de il Manifesto Rita Rapisardi
Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.
La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione, per paura di contestazione.
Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata, gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.
In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero, poi.
Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).
Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.
Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.
Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.
Ora, al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, quello lo facciamo di persona.


