Bullismo: dalle torture nel Ciriacese all’abisso di Corso Casale, dieci anni di banalità del male senza redenzione
Il caso del ragazzino seviziato e gettato nel fiume da quelli che dovevano essere i suoi amici
Bullismo: dalle torture nel Ciriacese all’abisso di Corso Casale, dieci anni di banalità del male senza redenzione
La decisione della magistratura dei minori di accelerare il processo per i fatti di Halloween

C’è un dettaglio, in questa cronaca dell’orrore di Corso Casale, che gela il sangue più dell’acqua del Po in una mattina di novembre: la pianificazione. Non è stata la fiammata improvvisa di una rissa, ma una “spedizione punitiva” travestita da festa. La decisione della GIP Maria Grazia Devietti Goggia di disporre il giudizio immediato per i tre indagati — appena quattordicenni e sedicenni — è la risposta necessaria a un abisso di crudeltà che la Procura ha cristallizzato in capi d’imputazione pesantissimi: sequestro di persona, violenza privata e violenza sessuale.

È stata una “spedizione punitiva” travestita da invito a una festa, un inganno architettato per attirare una vittima fragile in una trappola tra le palazzine eleganti della Torino borghese.

 Il “giudizio immediato” ci dice che le prove sono lì, evidenti come quei video girati con i telefonini mentre si consumavano gli abusi. Schermi usati come specchi di una vanità atroce, dove la sofferenza dell’altro diventava un contenuto da filmare e deridere.

Ma ciò che spaventa di più è la metamorfosi di questi “bulli” che smettono di essere umani per dodici ore. Dalla rasatura punitiva per ridicolizzare la vittima alle due ore di isolamento nel panico di un bagno chiuso a chiave, fino al sadismo finale sulle sponde del fiume, costringendo un ragazzo a immergersi nell’acqua gelida sotto la minaccia di un cacciavite. Non c’è movente. Non c’è una ragione che non sia la prevaricazione pura, l’esercizio di un potere infame sul più debole.

Il ragazzo vittima di questo incubo ha mostrato un coraggio immenso, superiore a quello dei suoi aguzzini messi insieme: ha rotto il silenzio, ha abbracciato la madre e ha denunciato. Ora la giustizia corre, e fa bene a farlo.

Ma se guardiamo indietro, scopriamo che questo veleno ha radici profonde e una memoria corta. Esattamente dieci anni fa, il nostro territorio, il Ciriacese, finiva sotto i riflettori nazionali per episodi di una brutalità speculare. Erano gli anni del “panino alle feci” fatto mangiare a un ragazzino dopo un pestaggio (quel ragazzo, per un contrappasso che sa di giustizia poetica, oggi indossa la divisa da Carabiniere); erano gli anni dei pestaggi ai danni di giovani sovrappeso o, peggio, dell’accanimento sistematico contro chi aveva la colpa di essere fragile, come il ragazzino a cui rompevano regolarmente a calci il sondino per l’insulina.

Il fil rouge che lega Corso Casale al Ciriacese di un decennio fa è lo stesso: la totale assenza di empatia, la trasformazione della vittima in un oggetto da umiliare per vincere la noia. Ma c’è un elemento ancora più inquietante che accomuna queste storie: il fallimento della rieducazione. Dieci anni fa, gli autori di quegli scempi nel Ciriacese furono condannati a lavori socialmente utili. Una volta scontata la pena e raggiunta la maggiore età, ebbero il fegato di filmarsi davanti alla Procura dei Minori per mandare le istituzioni “a quel paese” con un video di insulti. Un gesto che cancellò, in pochi secondi, anni di percorsi sociali, dimostrando che per alcuni la sanzione è solo un fastidio burocratico, non un’occasione di crescita.

Oggi come allora, ci troviamo di fronte alla “banalità del male” adolescente. Se dieci anni fa i “bulli” del Ciriacese hanno risposto al perdono dello Stato con un dito medio davanti al tribunale, oggi la domanda è d’obbligo: cosa abbiamo sbagliato? Questo processo non riguarderà solo tre ragazzi, ma la tenuta di un sistema educativo e sanzionatorio che non può limitarsi a “gestire” il colpevole, ma deve riuscire a scalfirne l’arroganza. Perché se la giustizia non incide sulla coscienza, il rischio è che tra altri dieci anni saremo qui a scrivere lo stesso editoriale, con nomi diversi ma lo stesso, identico, insopportabile orrore.

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