Il miraggio della sardina di Porto
Fuori Fuoco
23 Luglio 2026
Manuale di autodifesa

Il miraggio della sardina di Porto

Roberto Mascolo 

Manuale di autodifesa intellettuale per tempi confusi

Sono tornato da Porto con una scatoletta di sardine che reca impresso l’anno di nascita di un amico. L’ho acquistata in una bottega avveniristica celebrata dal New York Times, convinto di fare un regalo originale e portare a casa un pezzo di autenticità. 

Arrivato in Italia, la sorpresa: a casa della persona a cui avevo pensato, quel medesimo, identico articolo faceva già bella mostra di sé. La solitaria mulattiera che avevo creduto di imboccare per questo regalo si rivelava una provinciale ampiamente battuta da altri. Questo cortocircuito apre la prima riflessione della rubrica, “Fuori Fuoco”, nata per osservare la realtà da un’angolatura diversa. 

Partiamo da una scatoletta di sardine e diamo un’occhiata alla mutazione dello spazio pubblico, dell’economia e delle nostre relazioni, che alle persone colte piace chiamare gentrification. 

Il mercato moderno non nasce nel vuoto, ma riprende vita nell’Età Comunale del Basso Medioevo: si esce dall’economia del baratto per entrare in quella monetaria e la piazza diventa il cuore pulsante della città. Ne è un esempio perfetto piazza delle Erbe a Verona dove la trecentesca edicola di pietra  – nota come Berlina – ne è il monumento. Lì si celebrava il commercio e su quei pilastri sono ancora oggi scolpite le antiche unità di misura per tessuti, legna e mattoni. 

La piazza era abitata da mercanti e artigiani ed era lo spazio pubblico a farsi garante del diritto e delle relazioni. Con l’ampliamento delle strade e delle rotte commerciali è arrivata la stampa. Su questo passaggio serve un chiarimento storico per correggere un luogo comune: il giornalismo moderno non nasce per diffondere notizie e poi, quasi per caso, ospitare annunci. Prende vita al contrario. Sorge come foglio pubblicitario per promuovere i prodotti dei mercanti; l’informazione e la cronaca occupavano semplicemente gli spazi bianchi rimasti invenduti. La stampa, occorre dirlo, è un prodotto collaterale delle esigenze di mercato. Dalle piazze pubbliche si è passati ai grandi centri commerciali esplosi negli anni ottanta in America, i mall: piazze artificiali, senza numeri civici, dove non si risiede ma si transita. 

Negli ultimi anni questo modello è uscito dalle periferie per colonizzare i centri storici delle grandi metropoli. Non è un’ipotesi: è la mappa dei nostri centri urbani, dove i costi di affitto alle stelle hanno già sfrattato gli abitanti e desertificato l’artigianato, portando ogni città ad avere esattamente gli stessi negozi e rendendo i centri metropolitani identici ai centri commerciali di periferia, già uguali tra loro. Il risultato è un doppio azzeramento. Si perde l’identità del mercante, sostituito da commessi precari di multinazionali che vendono merci prodotte altrove, e si perde l’identità del cittadino, ridotto a acquirente. Stiamo sacrificando il tessuto delle relazioni umane e l’artigianato locale sull’altare di un’esclusività di massa? 

Viaggiamo per cercare qualcosa di unico e ci troviamo dentro un parco giochi per consumatori, costruito sulle macerie di città che noi stessi abbiamo contribuito a sfrattare, per comprare lo stesso identico feticcio in ogni angolo del globo? Di una lattina di sardine stampata in serie, una volta aperta, non resterà nulla. Svanirà nel flusso delle merci usa e getta. Ma quel segno impresso nella pietra di Verona rimane lì, intatto, da più di sette secoli. A ricordarci che c’è stato un tempo in cui abitare lo spazio significava che si deve lasciare una traccia, e non semplicemente percorrere un tragitto tracciato da altri.

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