Un posto all’ombra quarantanove
Fuori Fuoco
6 Agosto 2026
Manuale di sopravvivenza

Un posto all’ombra quarantanove

Roberto Mascolo 

Manuale di sopravvivenza dagli ambienti in incognito

Un numero che descrive la temperatura del termometro dell’auto e uno stato d’animo: l’impossibilità di restare dove il calore salendo dall’asfalto fa tremare l’aria e confonde i contorni delle cose. La riunione è finita in anticipo: restano un paio d’ore prima del prossimo appuntamento e il bisogno urgente di riparo. 

Poi l’illuminazione: ricordo di aver sentito dire che proprio lì vicino esiste un luogo di co-working quasi gratuito. Non ho nulla da perdere. Andiamo a vedere se è vero. Entro nel parcheggio e mi precipito ad incastrare la vettura sotto la chioma sparuta di uno dei pochi e magri alberelli sopravvissuti all’asfalto e poi, varcata la soglia automatica, il sollievo anestetico dell’aria condizionata. Salgo le scale mobili e il miraggio diventa solido: almeno venti tavoli di cui poco più della metà occupati da persone con il volto illuminato dalla luce di uno schermo. 

Chi con un caffè ormai freddo, chi con una bottiglietta d’acqua. Tutti con una presa elettrica a disposizione e il Wi-Fi gratuito. Alcuni parlavano tra loro ed altri con gli auricolari ben piantati nelle orecchie, ma tutti dialogavano con clienti o collaboratori di progetti, strategie e consulenze. 

Ognuno immerso nella propria urgenza mentre gestiva la vita da remoto fruendo di un po’ di freddo di risulta. 

Allargando appena lo sguardo, accanto ai computer spuntava prima un mestolo, poi una candela e, da un altro lato, occhieggiavano un set di lampadine a LED e alcune piante finte. Eravamo tutti seduti tra i vassoi di una caffetteria di un marchio internazionale, immersi nel rumore di fondo di carrelli e del vociare delle famiglie, a caccia di un po’ di respiro.

La pelle aveva appena finito di misurare la differenza tra fuori e dentro. Gli occhi stavano iniziando a misurarne un’altra, molto più ampia. Cerchiamo il wireless come un tempo i rabdomanti cercavano l’acqua. Poi bastano due gradi di troppo nell’aria per ricordarci di cosa siamo fatti. Dietro la patina di flessibilità e leggerezza un gruppo di professionisti — esposti al mondo come lumache senza guscio — finiva per proteggersi, quasi senza accorgersene, grazie a una multinazionale che offre inconsapevolmente corrente, un tetto e qualche grado in meno. La realtà si è incaricata di ribaltare la rincorsa verso un “posto al sole” fatto di ambizioni, visibilità e strumenti informatici di ultima generazione. Ma in quel minuscolo scarto termico c’è qualcosa di profondamente umano: la nostra inesauribile capacità di adattamento. Così come la lamiera dell’auto cercherebbe d’istinto la sagoma di un ramo, così quelle persone avevano trasformato un angolo di una multinazionale nel proprio habitat vitale. Senza clamore, piegando la rigidità dei tempi alle proprie necessità immediate, ognuno si era costruito la sua piccolissima bolla per stare al mondo e continuare a “produrre”. All’uscita il termometro segnava dieci gradi in meno. Non era cambiato il clima. Era bastato un ramo. 

Gli alberi, certe cose, le sanno da sempre.

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