Ciclisti travolti a Lanzo e il clima d’odio sulle strade contro cui si batte la Fondazione Scarponi: la lezione che continuiamo a non capire
Cronaca, Editoriale
11 Agosto 2026
IL DIBATTITO SULLA SICUREZZA STRADALE. L'EDITORIALE

Ciclisti travolti a Lanzo e il clima d’odio sulle strade contro cui si batte la Fondazione Scarponi: la lezione che continuiamo a non capire

L'incredibile gesto dell'automobilista che ha fatto retromarcia travolgendo un gruppo di amatori riaccende i riflettori sulla rabbia al volante. La fondazione del campione scomparso, investito e ucciso mentre si allenava 9 anni fa, denuncia la polarizzazione social, mentre sulle strade si continua a rischiare la vita per un banale diverbio

Un sorpasso a clacson spiegato, un braccio alzato in segno di protesta dopo il passaggio ravvicinato, poi la follia: l’auto che si ferma, innesta la retromarcia e travolge in pieno un intero gruppo di sei ciclisti per poi darsi alla fuga.

È la cronaca agghiacciante di quanto accaduto sabato a Lanzo, come ormai tutti sanno.

Il cortocircuito dell’odio e la retorica del “capro espiatorio”

Se la dinamica dell’aggressione lascia sgomenti, le reazioni della rete finiscono spesso per sconcertare ancora di più. Sulla vicenda è subito intervenuta la Fondazione Michele Scarponi, nata per difendere la memoria del campione marchigiano e – nel solco della sua importante attività civica – sensibilizzare sulla sicurezza stradale, che ha puntato il dito senza mezzi termini contro il clima sociale che si respira nel Paese, mica solo nel nostro territorio come le impietose statistiche degli incidenti mostrano: «Il clima di odio porta a questo. Non ci stancheremo mai di ripetere che cambiare la cultura di questo paese può cambiare anche quello che vediamo succedere ogni giorno sulle nostre strade». E ancora: «La strada è di tutti: la sicurezza di chi pedala dipende dal rispetto reciproco e dalla distanza di sicurezza». Insomma, laFondazione Michele Scarponi vuole fermare la violenza e l’odio sulle strade. Come darle torto?

Un’analisi che tocca un punto dolorosissimo. Da anni assistiamo a una vera e propria caccia alle streghe in cui la categoria dei “ciclisti” viene dipinta come un insieme omogeneo di abusivi del traffico, colpevoli di intralciare le auto o di non rispettare il codice. Una generalizzazione assurda, un vero e proprio corto cirtocircuito cognitivo: sarebbe come addossare a qualsiasi automobilista le colpe delle centinaia di infrazioni, manovre azzardate o guida sotto l’effetto di alcol che si registrano ogni giorno su scala nazionale.

L’impegno per il rispetto reciproco

Sui canali d’informazione la moderazione di questi commenti colmi di livore è diventata un’impresa quotidiana. Ma la battaglia per la civiltà non si fa difendendo a prescindere le (evantuali) scorrettezze. La stessa Fondazione Scarponi non ha mai fatto sconti all’indisciplina, denunciando e stigmatizzando per prima i comportamenti scorretti di chi sta sui pedali. La tutela della strada parte dall’educazione di tutti, nessuno escluso.

Tuttavia, esiste una sproporzione drammatica tra un’infrazione stradale e l’uso di un tonnellata di acciaio come un’arma impropria per punire un gesto sbagliato. L’episodio di Lanzo dimostra come l’incapacità di gestire le proprie emozioni e l’analfabetismo funzionale trasformino banali diverbi quotidiani in potenziali stragi.

Finché la strada continuerà a essere vista come un’arena in cui difendere il proprio “territorio” a colpi di retromarcia o di invettive social, l’utopia di un traffico sicuro – al netto delle croniche criticità strutturali delle nostre srrade resterà un miraggio. La cultura della condivisione e della tutela del più fragile — il pedone o il ciclista — è l’unica via d’uscita per evitare che una domenica mattina di sport si trasformi nell’ennesimo bollettino di guerra.

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