I diecimila passi
Manuale di autodifesa dalla troppa salute
di Roberto Mascolo
“C’è stata una variazione nella media giornaliera dei passi”. La notifica illumina lo schermo con il piglio di un caporeparto che ha scoperto che non hai portato a termine la produzione giornaliera.
Qui nasce il cortocircuito: l’applicazione non ha memoria e non le interessa chi ero ieri, mi reclama oggi. Soltanto quarantotto ore prima completavo il Cammino Portoghese per Santiago: oltre centosettanta chilometri – 263.637 passi per l’esattezza – in una settimana, con le gambe piene di terra e i polmoni gonfi di oceano.
Per il silicio non conta e oggi sono diventato un camminatore poco produttivo da rimettere in riga. E’ sufficiente premere un’icona con il polpastrello per entrare nella palestra digitale dove la salute diventa un dialogo solitario e competitivo, in cui ci si misurano i passi tra conoscenti. Ogni applicazione rivendica la propria libbra di carne: c’è quella che sequestra i passi o l’app che pretende litri d’acqua, quella che esige dieci minuti di meditazione coatta e la guardiana dei carboidrati. Un numero è un guscio vuoto: diecimila passi fatti con il cuore leggero valgono per l’app quanto diecimila passi nei corridoi di un ospedale perché un parente è ammalato. Per l’algoritmo la performance è identica. E se stare bene fosse un fatto complesso che non si esaurisce in un singolo parametro? I latini usavano una parola sorprendentemente ampia per indicare tutto questo: salus.
Salus non indicava soltanto l’assenza di malattia. Abbracciava la salute fisica, l’incolumità, la prosperità e la salvezza della comunità. E se il valore di un passo si misurasse anche dal suo scopo e non solo dalla sua ripetizione? Quei passi, dove ci stanno portando? Cosa succede dentro di noi mentre li compiamo? A volte basta infinitamente meno per fare la differenza per la salute propria o collettiva. Come i cento passi di Peppino Impastato fino alla casa del boss Badalamenti. O altri, ancora più decisivi, perché scegliamo di non farli, come Rosa Parks che non si è alzata dal proprio posto sull’autobus per ridisegnare la dignità civile delle persone di colore. Distanze ridicole solo per il sensore di un telefono.
La prova di questa schizofrenia? Non esistono risposte ma possiamo fare delle domande, anche estreme, che ci mettono davanti a due strade destinate a non incontrarsi mai. Da un lato c’è Peppe, il personaggio del film “Perfetti Sconosciuti” che nella solitudine della notte accosta l’auto sul ciglio della strada e si mette a fare ginnastica davanti ai fari, ridicolo e desolato, per far quadrare i conti con lo smartwatch e raggiungere la quota prescritta dall’app. Dall’altro lato c’è mia madre. Ha novantuno anni ed è una delle donne più pigre che io conosca: non credo abbia mai camminato più di tanto in vita sua eppure è un capolavoro di salute che sfugge a qualsiasi logica algoritmica. L’applicazione continua ostinatamente a raccogliere dati. Ma il suo meraviglioso e immobile stare al mondo resta fuori da ogni grafico. Ed è come vederle fare i salti mortali pur di non farsi licenziare. E se alla fine fosse l’algoritmo a capitolare, avrebbe ancora senso continuare a fare i saltelli di notte davanti ai fari?

