Un castello di carta
Sarà caffè o pioggia vecchia? Non riesco a decidermi su che tipo di macchia sia quella sul lembo del piumone, piegato a forza, che sbuca dalla cerniera semiaperta della borsa impermeabile.
Sposto lo sguardo su una delle due mani, quella che artiglia il manico di plastica proteggendo il mondo che ci si porta dietro: dita spesse e rosse, segnate dal freddo.
Guardo l’altra mano, che gira come se volesse accarezzare con pudore le pagine di un quotidiano locale. Fuori piove a dirotto. Qui dentro, in questa vecchia villa nascosta in un parco di Torino, l’aria profuma di carta asciutta e silenzio.
Mandiamo velocemente all’indietro le lancette del tempo di trent’anni e spostiamo ancora lo sguardo.
Un paio di tavoli più in là, la scena cambia. C’è uno zaino pieno di scritte poggiato a terra, di cui si ha cura di tenere nascosto il lato sbagliato, troppo pesante per le spalle di chi lo porta. E un adolescente seduto con la schiena contro il muro e con la testa immersa in un libro, circondato da universitari. Le sue dita stringono i bordi delle pagine, come se fossero un volante pronto a portarlo altrove.
Le loro mani sono così diverse. Il posto è lo stesso.
Un luogo dove la temperatura è mite, le sedie hanno lo schienale dritto e il cuore ritorna a battere piano fra l’odore rassicurante dei cataloghi e il silenzio delle sale, protetti dentro questa fortezza d’ovatta fatta di scaffali pieni di libri.
Qui oggi un uomo può rifugiarsi dopo una notte passata al freddo e trovare una sedia e un giornale che aspettano solo lui, come trent’anni fa questa biblioteca dava asilo a chi scappava dal cortile della scuola, con gli occhi umidi e il groppo in gola, per sfuggire al peso feroce e invisibile del bullismo. Un riparo di dignità.
Ora portiamo le lancette avanti, fino a domani, alle diciassette.
C’è il tavolo in fondo, quello allestito per le presentazioni, con dei fiori in un vaso e un microfono.
E di nuovo delle mani. Questa volta posate con emozione sulla prima copia di un libro. Hanno passato il tempo tra il vapore dei lavatoi, la fatica fisica e anni di incertezze. E, dopo sessant’anni, eccole qui a raccontare le pagine del romanzo che hanno scritto e sognato per tutta la vita di pubblicare.
Le parole, con un tremito che non è più solo quello dell’esitazione ma di festa, non chiedono più il permesso alla propria biografia per venire al mondo.
Tre paia di mani diverse. Tre stanze della stessa casa. Un tetto comune sotto cui posare il bagaglio, asciugarsi le scarpe e ricominciare a guardare fuori. La pioggia è finita. Possiamo uscire.

