Fino a cento mail al giorno all’ex marito carabiniere: quarantenne condannata per molestie
I due si erano conosciuti sui social. Dopo la nascita del figlio, il militare — per anni in servizio nella prima cintura torinese — si era separato. Poi anni di litigi, pedinamenti e raffiche di messaggi. Il giudice derubrica il reato da stalking a semplice molestia
TORINO – Un rapporto nato sui social network, la nascita di un figlio con gravi fragilità e una separazione traumatica arrivata a sole tre settimane dal parto che ha innescato un lungo e velenoso strascico giudiziario. Si è concluso davanti al Tribunale di Torino il processo a carico di una quarantenne torinese, finita alla sbarra a seguito delle denunce dell’ex marito, un carabiniere a lungo in servizio nella prima cintura del capoluogo piemontese.
Il giudice ha condannato la donna alla pena di 4 mesi e 15 giorni di reclusione (con la sospensione condizionale), oltre al risarcimento di 800 euro in favore dell’ex e al pagamento delle spese processuali, riqualificando tuttavia l’imputazione originale da stalking a semplice molestia.
Raffiche di email, pedinamenti e danneggiamenti
La vicenda affonda le radici nel 2015, quando la coppia si unisce. Venti giorni dopo la nascita del figlio, affetto da gravi problemi di autismo, il militare decide di interrompere la relazione e trasferirsi a Napoli per ricostruire una famiglia, prima di fare ritorno in seguito a Torino.
Dalla prima querela del 2016 (poi archiviata) si arriva al nuovo procedimento, che ha messo sotto la lente dei giudici le condotte tenute tra il 2023 e il 2025. In questo arco temporale, l’uomo è stato bersagliato da un flusso continuo di messaggi e posta elettronica, arrivando a ricevere nei momenti di picco fino a cento mail al giorno, inviate anche dalla casella della madre della donna, condite da frasi come «Vedrai che morirai» e «Ti ammazzo se ti avvicini a mio figlio».
Nel corso dell’istruttoria dibattimentale, durata oltre un anno, sono emersi anche episiodi di pedinamento e danni arrecati alla vettura del militare, tanto da spingere l’uomo a cambiare più volte numero di telefono e ad evitare determinate zone della città per timore di incrociare l’ex moglie. Lo scorso gennaio nei confronti dell’imputata era scattato anche il divieto di avvicinamento e di comunicazione.
La linea della difesa: “Relazione turbolenta, non stalking”
In aula la difesa dell’imputata, sostenuta dall’avvocata Alice Novarese, ha ridisegnato il contesto della vicenda portando all’attenzione del giudice alcuni messaggi inviati negli anni dal militare («Scroccona», «Vai a lavorare») e sottolineando il pesante stato di sofferenza ed estenuazione della donna, trovatasi a gestire da sola le continue crisi d’ansia del figlio disabile a fronte del progressivo diradarsi delle visite del padre.
Secondo la tesi difensiva, accolta nella sostanza dal giudice ai fini della qualificazione giuridica del reato, i toni aspri delle comunicazioni andavano letti all’interno di una gestione familiare complessa e fortemente conflittuale, che provocava nell’uomo disturbo e fastidio ma non un reale stato di ansia o timore per la propria incolumità tale da integrare il reato di atti persecutori.

