“Una panchina per sé”
Manuale di autodifesa
Una panchina tutta per sé. Finalmente mi siedo. Un sole tiepido bagna un minuscolo angolo di giardino, recintato da vecchie mura. Una piccola famiglia di colombi svolazza tra le pietre come se fosse in festa, mentre uno scoiattolo cerca con ostinazione il suo pranzo. Il vento scuote le foglie, che diventano argentate nell’istante in cui la luce le accarezza. Una panchina di legno color miele, incisa dai segni del tempo, è racchiusa nella cornice di un loggiato di mattoni rosso scuro all’ombra della Mole. Apro il libro. Si apre lentamente anche il respiro. Un sospiro lungo. Ci sono luoghi che non sembrano cambiati soltanto perché, quando torni, sei tu a essere diventato un altro. Questa panchina racconta di venticinque anni fa, quando, dopo la discussione della tesi di laurea, mi sono seduto qui. Ricorda quella strana miscela di ansia e fiducia con cui si immagina un futuro ancora tutto da conquistare. Dopo un quarto di secolo sono tornato. Avevo bisogno di fermarmi qualche minuto. E l’idea del futuro è cambiata. La panchina, nel frattempo, non aveva fatto carriera. Non aveva accumulato titoli, cambiato lavoro, accudito familiari, acquistato case o risolto problemi. Era rimasta fedele alla sua microscopica funzione: offrire un posto a chi non deve andare da nessuna parte. Forse è per questo che, lì seduto, è riaffiorato il bisogno di avere un luogo in cui poter pensare, scrivere, esistere senza che la vita abbia continuamente bisogno di noi. Talvolta non c’è bisogno di un’intera stanza. Basta una panchina. Uno dei pochi luoghi che non chiedono niente in cambio. Non devi consumare, prenotare o avere uno scopo. Il libro che ho portato con me parla di un anziano titolare di un negozio che recupera oggetti rotti. Ne ascolta in segreto la storia e, nel ripararli, finisce per curare anche le ferite delle persone che li possiedono. E mi fa pensare a quanto siamo diventati bravi nel pretendere da noi stessi la stessa efficienza che chiediamo alle cose: funzionare sempre, non incepparsi, non mostrare crepe. Quando qualcosa si rompe, la sostituiamo. Ma quando siamo noi a romperci un po’, invece, spesso continuiamo a funzionare facendo finta di niente. Forse una panchina serve anche a questo. Non a ripararti, ma a permetterti di essere, per qualche minuto, qualcosa che non deve funzionare. Sono rimasto lì abbastanza a lungo per realizzare che quella panchina non è mai stata mia. Era soltanto in prestito. Prima di me si erano seduti studenti, innamorati, persone in lacrime o semplicemente chiunque avesse avuto bisogno di cinque minuti senza dover spiegare niente a nessuno. Venticinque anni fa, su quella panchina, pensavo a tutto il futuro che avrei potuto scrivere. Oggi, in quel piccolo bagliore di serenità senza scopo, mi è sembrato di capire che non tutto quello che conta deve essere conquistato. Alcune cose si ricevono per un po’, si abitano con cura e poi, quando è il momento, si lasciano andare. Ho guardato per l’ultima volta il cortile. La panchina era ancora lì. Mi sono alzato e ho lasciato il posto. Con il sorriso curioso di chi muore dal desiderio di sapere chi si siederà dopo e che cosa quella panchina custodirà.

