L’informazione locale non è una casta: perché difendere i giornali del territorio è un dovere costituzionale
370 mila firme per abrogare i contributi pubblici all’editoria non sono bastate per raggiungere la soglia del referendum
Alessandro Di Battista e l’associazione Schierarsi hanno raccolto 370 mila firme per abrogare i contributi pubblici all’editoria. Come è noto, non sono bastate per raggiungere la soglia del referendum, ma 370 mila persone devono far riflettere: sono il segnale di un disamoramento reale contro una parte dell’informazione italiana, contro i soliti salotti televisivi, i grandi opinionisti che cambiano casacca a ogni governo e i quotidiani nazionali, cui spesso dietro si celano potentati economici e politici, che predicano il libero mercato mentre chiedono protezione allo Stato.
In tal senso Di Battista ha cavalcato una rabbia, quella delle gente, che va compresa. Ma va detto con altrettanta fermezza che l’ex grillino ha scelto il bersaglio sbagliato e l’arma sbagliata, rischiando così di “buttare via il bambino insieme all’acqua sporca”.
Voleva colpire i giornali di Palazzo? Avrebbe raso al suolo i giornali dei paesi. Voleva punire l’informazione schierata? Avrebbe fatto chiudere decine di redazioni radicate nei territori, lontanissime dai partiti, dai grandi gruppi finanziari e dalle fondazioni bancarie.
Unire nello stesso fascio Libero, Il Foglio, una cooperativa di giornalisti e un settimanale locale che da decenni racconta i Comuni del suo territorio non è una riforma: è demagogia. E quando la politica usa la clava al posto del bisturi, non corregge i difetti, distrugge.
Il “nodo” del mercato: tra letture a “sgamo” e il monopolio delle Big Tech
C’è una verità che spesso viene dimenticata quando si parla di sostegno all’editoria. Oggi la stampa locale sopravvive in un contesto economico drammaticamente alterato da due fattori giganteschi:
- La cultura del “tutto gratis” e la lettura a “sgamo”: La diffusione incontrollata di articoli copiati, condivisi sui social, inviati su WhatsApp o letti a sbafo sul web ha abituato una parte del pubblico a pensare che l’informazione non abbia un costo. Ma produrre notizie costa: costa il tempo dei cronisti, il lavoro dei fotografi, le verifiche legali, le spese di stampa e distribuzione.
- Il monopolio dei giganti del web: Le grandi piattaforme americane e i social media hanno prosciugato il mercato pubblicitario locale. Utilizzano i contenuti prodotti dai nostri giornalisti per generare traffico e vendere inserzioni, senza restituire quasi nulla ai territori e a chi quelle notizie le ha cercate sul campo.
In questo scenario di concorrenza leale azzerata, il contributo pubblico non è una “mancetta” né un favoritismo di Stato. È uno strumento di riequilibrio dovuto, strettamente legato all’Articolo 21 della Costituzione, che tutela il diritto dei cittadini a un’informazione libera e pluralista. Se l’informazione è un servizio pubblico essenziale come la sanità o la scuola, lo Stato ha il dovere di garantire che non muoia soffocata dalle logiche dei colossi della Silicon Valley.
Cosa c’è davvero dietro le nostre pagine
Come giustamente dice anche il collega direttore de La Voce Liborio La Mattina, con cui competiamo, rispettandoci peraltro nella consapevolezza di chi sa davvero di cosa sta parlando, «Qui a Ciriè e nelle nostre valli, così come per i colleghi delle altre testate locali del Piemonte — dal Canavese alla Valsusa, da Torino Cronaca all’Eco del Chisone — il contributo non serve a finanziare yacht, autisti o stipendi da calciatori. Serve a pagare il cronista che la sera segue il Consiglio comunale in un paese di duemila anime. Il giornalista che arriva sul luogo di un incidente prima che a Roma o a Torino si decida se la notizia “fa clic”. Servono a raccontare la chiusura di una scuola, la crisi di una fabbrica, il reparto ospedaliero a rischio, la strada dissestata o la famiglia che chiede aiuto. Servono a pubblicare i fiocchi rosa e i lutti, le squadre dai pulcini in su, i volontari della protezione civile e il sindaco che promette ma non mantiene. Tutte cose che a Milano o a Roma non generano traffico, ma che per chi vive qui sono il mondo intero». E ovviamente, ha ragione.
Se chiudono i giornali, rimangono i comunicati stampa
Il rischio reale dell’azzeramento paventato da campagne come quella di Di Battista è semplice quanto terrificante: senza i giornali locali rimangono solo i post su Facebook degli assessori e le veline dei palazzi comunali. Ogni Amministrazione potrebbe raccontarsi come la migliore della storia, senza che nessuno vada a spulciare le delibere, a verificare i bilanci o a chiedere conto delle promesse elettorali infrante. Altro che libertà: sarebbe la libertà del potere di informare su se stesso.
Il contributo pubblico non ci rende servi. Al contrario, è ciò che ci permette di poter tenere testa al potente di turno. Ci permette di dire di no all’imprenditore che minaccia di togliere le inserzioni se pubblichiamo una notizia sgradita, o all’amministratore che pretende il titolo concordato. Ci permette di stare dalla parte del cittadino che non ha un ufficio stampa o un budget da spendere.
Riformare, non demolire
Certo, il sistema attuale non è perfetto. Va riformato. «Vanno tagliati i fondi alle scatole vuote – e anche su questo io e l’amico Liborio siamo d’accordo -vanno punite le finte cooperative, vanno verificati i contratti, le vendite reali e la qualità dell’occupazione». Che vuol dire anche che chi riceve risorse pubbliche deve garantire trasparenza totale e combattere il precariato di chi paga i collaboratori pochi euro ad articolo.
Tutto questo si chiama responsabilità.
Garantire che un territorio non rimanga al buio, isolato e alla mercé di chi urla più forte sui social, si chiama invece Democrazia. Ed è una battaglia che Il Risveglio, insieme a tutta la rete dei giornali locali, continuerà a combattere ogni giorno, a testa alta.

