L’oblio sul lager canavesano dei soldati borbonici -Photogallery-
Cultura, Gallerie, Il Caso, Prima pagina, Storia
16 Febbraio 2026
Era situato nelle Vaude di San Maurizio. Beppe Novero ne ha scritto un libro «Fu la nostra Cajenna»

L’oblio sul lager canavesano dei soldati borbonici -Photogallery-

Aspetti storici ancora poco conosciuti

Loredana Tursi 

Il campo militare delle Vaude, situato a San Maurizio Canavese, ha attraversato epoche storiche lasciando tracce dolorose che la storiografia ufficiale ha spesso ignorato. Se la memoria collettiva ricorda il sito come prestigioso teatro di parate sabaude e ricevimenti reali, i documenti d’archivio rivelano una realtà ben più cupa: negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia (1861-1870), l’area ospitò un vero e proprio campo di concentramento. Qui confluivano le truppe di Francesco II che si erano rifiutate di passare nell’esercito dei Savoia e i “briganti” siciliani catturati durante la risalita dei Mille.

I carteggi di Camillo Cavour e i giornali dell’epoca descrivono l’arrivo a vagonate di soldati dell’esercito di “Franceschiello” e di papalini dello Stato della Chiesa, ritenuti bisognosi di una drastica rieducazione morale e civile. Il viaggio verso il Piemonte era un calvario: stipati sottocoperta per giorni su navi simili a quelle usate dagli schiavisti nelle Americhe, i prigionieri giungevano a Genova per poi proseguire a piedi, in marcia per almeno una settimana, con abiti sdruciti e scarpe ormai sfondate. Stremati dalle fatiche, una volta giunti alle Vaude, i detenuti avevano diritto solo a una “mezza razione di cattivo pane” e a una ciotola di acqua sporca che i responsabili del rancio spacciavano per minestra.

In una terra dove l’autunno è freddo e l’inverno gelido, dormivano in tende senza giaciglio e con ripari approssimativi. Molti morirono di fame e di stenti, tanto che il campo è stato paragonato per crudeltà a quello nazista di Buchenwald. Se il vero “inferno” fu Fenestrelle — dove i cadaveri venivano liquefatti nella calce viva per cancellarne persino il ricordo — le Vaude ne furono l’anticamera burocratica: tra il 1861 e il 1862 vi transitarono ufficialmente oltre 12.000 uomini.

Queste vicende sono al centro del saggio storico “I prigionieri dei Savoia – Storia della Cajenna italiana” di Giuseppe Novero. «Era una pagina non nota del nostro territorio che andava approfondita — spiega l’autore — legata alla necessità di gestire il dissenso dopo l’Unità. Non fu semplice “fare gli italiani” viste le enormi differenze socio-economiche; la soluzione più immediata per il potere centrale fu la repressione». Il governo sabaudo cercò persino una “soluzione finale” geografica per i vinti, incaricando il capitano Carlo Alberto Racchia di esplorare aree remote nel Borneo, in Patagonia e in Tunisia per fondarvi una colonia penale, prima che l’epilogo sfociasse nell’emigrazione di massa verso le Americhe.

Nonostante la rilevanza storica, oggi non esiste un riconoscimento visibile presso le Vaude. «L’area è stata usata per decenni come poligono per l’addestramento dei carri armati — prosegue Novero — e questo ha contribuito a far perdere la memoria del suo uso iniziale. Recuperare questo passato è però fondamentale».

Il tema dell’identità è centrale nell’opera di Novero, che nel suo ultimo libro “Le parole che contano” ha dialogato con nomi illustri come Guido Bodrato, Toni Capuozzo, Giancarlo Caselli e Annamaria Furlan. «È determinante conoscere l’anima intima di ogni termine — conclude l’autore — perché solo attraverso il consenso su significati condivisi si possono evitare i conflitti. La sfida di oggi è antropologica: dobbiamo ritrovare un’identità generazionale che parta dal nostro passato, anche quello più scomodo…»

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