Come si definisce un genitore che sopravvive alla morte di un figlio? Il Piemonte promuove il neologismo “Atèfano”
Politica
16 Luglio 2026
LA FORZA DELLE PAROLE

Come si definisce un genitore che sopravvive alla morte di un figlio? Il Piemonte promuove il neologismo “Atèfano”

L’Ufficio di presidenza di Palazzo Lascaris presenta un Ordine del giorno per diffondere il termine, nato in Liguria nel nome della sedicenne Rachele Franchelli. L’obiettivo, sostenuto anche dall'Accademia della Crusca, è dare dignità e tutele concrete a un vuoto sociale finora rimasto senza nome

Un Odg dell’Ufficio di presidenza della Regione per farlo diventare di uso comune

Se si perde un coniuge, si è vedovi. Se si perdono i genitori, si è orfani. Ma esiste una parola in italiano per definire una madre o un padre che devono sopravvivere alla morte di un figlio? Fino a oggi, la risposta era no. Quel vuoto, immenso e indicibile, non aveva un nome.

Ora, però, le cose stanno cambiando. L’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale del Piemonte ha presentato un Ordine del giorno per promuovere la diffusione di un neologismo specifico: Atèfano, che letteralmente significa “colui che è privato del proprio figlio” o, per analogia linguistica, “un orfano di figlio”.

L’origine dell’iniziativa: dalla Liguria al Piemonte

La proposta è partita originariamente dalla Regione Liguria, che ha accolto la richiesta dell’associazione “Rachele Franchelli – Uno Sguardo Senza Confini APS”. L’obiettivo è colmare un vuoto non solo linguistico, ma profondamente sociale e civile.

“Abbiamo voluto dare attenzione ad una categoria colpita da uno dei più grandi dolori che si possano immaginare”, ha dichiarato il presidente del Consiglio regionale del Piemonte, Davide Nicco. “Un atto concreto che riconosce e dà un nome a quel dolore”.

Sulla stessa linea il vicepresidente del Consiglio piemontese e primo firmatario dell’Odg, Francesco Graglia: “L’Assemblea voterà nelle prossime sedute un atto di indirizzo condiviso da tutte le forze politiche. Dare un nome alle persone che hanno vissuto questo evento traumatico significa renderle visibili, con l’obiettivo finale di garantire loro delle tutele”.

Anche il vicepresidente Domenico Ravetti ha sottolineato l’alto valore etico dell’iniziativa: “Sostenere questo progetto significa fare il nostro dovere di legislatori, mettendoci in reale relazione con il mondo che ci circonda”.

La storia di Rachele e il cammino verso l’Accademia della Crusca

Dietro alla parola Atèfano c’è una storia vera e dolorosa. È quella di Rachele Franchelli, scomparsa nel 2024 a soli 16 anni a causa di un tumore cerebrale.

Come spiega Angelo Vaccarezza, consigliere ligure ed estensore della mozione originaria: “Atèfano non è soltanto un neologismo, ma un vocabolo che racchiude una storia”. Dopo il voto ligure, la mozione è stata adottata anche dalla Provincia di Savona, da Genova e da numerosi altri Comuni.

Per Silvia Ravera e Gastone Franchelli (mamma e fratello di Rachele), nominare il dolore significa riconoscerlo:

“Questo progetto aiuta la comunità a comprendere e supportare chi vive questa tragedia. Nella ricerca linguistica siamo stati supportati da docenti universitari e dall’Accademia della Crusca, che potrà valutare l’inserimento ufficiale del termine nel vocabolario se si diffonderà nell’uso comune. Chiediamo alle istituzioni di non abbandonarci in questo cammino ancora lungo”.

“Un’identità al nostro vuoto”

La forza del termine Atèfano risiede proprio nella necessità di dare cittadinanza a un dolore che spesso la società tende a isolare o a non saper come chiamare.

A dare voce a questa urgenza è anche Franco Zanet, autore del libro “Noi che non abbiamo nome” e padre di Alessandro, scomparso nel 2016: “Si tratta di un’iniziativa fondamentale. Finalmente viene riconosciuta un’identità al nostro vuoto”.

La palla passa ora all’aula di Palazzo Lascaris per il voto finale, con la speranza che il Piemonte faccia da cassa di risonanza nazionale per un termine che unisce l’esigenza linguistica a una carezza sociale e umana.

Una replica a “Come si definisce un genitore che sopravvive alla morte di un figlio? Il Piemonte promuove il neologismo “Atèfano””

  1. Silvano ha detto:

    Rimasto vedovo con due figli 4 e 6 anni, io 35 anni, lei ne aveva 31. Con tanta fatica li ho allevati abbastanza bene. Mia moglie per 8 anni malata di tumore, dopo le cure ha passato un periodo che stava abbastanza bene, qualche medico mi consigliava una gravidanza che l’ha gestita discretamente. E nato Alberto, ha vissuto con la mamma fino a 4 anni. nel frattempo mia moglie si e aggravata ed e morta. Mio figlio e stato bene fino a l’eta di 5/6 anni, poi un po’ la volta alle elementari dava qualche segno di squilibrio mentale, Da subito visite dal psicologo, (per diversi anni) ma la malattia si aggravava, poi visite settimanali dal psichiatra, con conseguenze di vari ricoveri ospedalieri. arrivato a 24 anni a deciso di ammassarsi. Qualche medico ha detto che durante la gravidanza le medicine che la mamma prendeva ha influito sulla stabilità del figlio. So che la mia storia non centra cmq. ma come mi volete chiamare? VedAtèfano? Scusate

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