La comunità di Lemie festeggia il battesimo dei 12 piccoli profughi
Cronaca bianca
15 Febbraio 2012

La comunità di Lemie festeggia il battesimo dei 12 piccoli profughi

LEMIE — Nketa è un batuffolo avvolta in una coperta, in braccio alla mamma Linda che la culla dolcemente mentre guarda dalla finestra le nuvole di neve alzate dai tetti dal fortissimo vento di phoen. Nketa Bamuila, congolese, è l’ultima nata, il 24 novembre scorso, a Lemie, in alta Val di Viù.
Il giorno prima era venuta alla luce Felicia, nigeriana, a settembre Aaliyah, mamma e papà del Camerun. Un tris di nastri rosa che qui, ai piedi della Torre d’Ovarda, è un evento da segnare negli annali. Perché, dal 4 maggio scorso, sono alloggiati una quarantina di profughi provenienti dall’Africa subsahariana che hanno impennato la media nascite, stravolgendo tutte le statistiche. Tra di loro ci sono dodici bambini che, sabato mattina, verranno battezzati in un’unica funzione religiosa, nella chiesa di San Michele Arcangelo. «Dodici, il numero degli apostoli», riflette suor Liviana Trambajoli, direttrice delle case italiane di assistenza del Cottolengo, come quella dove sono alloggiati i profughi, a Lemie. «Beh, speriamo sia una bella festa», si augura il sindaco Giacomo Lisa, che sarà pure il padrino di uno dei piccoli. «Sono orgoglioso di aver un figlioccio che arriva da così lontano, dopo aver affrontato tante difficoltà». Gli altri padrini e madrine saranno persone della comunità, due suore del Cottolengo e degli operatori della cooperativa Crescere Insieme. A Lemie c’è già fermento per la festa di sabato. Le donne di colore cucineranno piatti tipici della cucina africana per un rinfresco insolito da queste parti. «La loro semplicità mi ha colpito, perché sono persone piene di esperienza e di ricchezze umane da scoprire», dice Padre Paul, camerunense della Pastorale Migranti. Lui ha accompagnato le famiglie dei profughi in un percorso di preghiera e battezzerà i piccoli insieme al parroco don Bartolomeo Giaime. Che, sovente, fa visita alle famiglie alloggiate al Cottolengo. Dove Claudio Praturlon, del consorzio Connecting People, sta parlando con gli adulti per capire come possano essere inseriti nel mondo lavorativo. «Ma non è facile, soprattutto di questi tempi», spiega l’uomo, mentre Princess, 5 anni, gli porge un foglio: «Disegnami una macchina», ridacchia la vivacissima bambina che, in dieci mesi, ha imparato la lingua italiana. «I piccoli sono gioia, vanno a scuola, si sono inseriti bene con i loro coetanei del posto – racconta Lisa – ma ora, è necessario pensare di dare un impiego ai più grandi». «La settimana scorsa i profughi hanno sostenuto i colloqui con la commissione ministeriale preposta all’esame delle loro domande di asilo», spiega Mauro Maurino, consigliere di amministrazione del consorzio Connecting People. «La festa di sabato ha per noi, operatori un grande significato. Vediamo in essa una scelta di appartenenza ad un luogo, ad un tempo, ad una comunità».

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