Dalle piazze di Torino al “rifugio” su Telegram: dentro le chat del Movimento 17 ottobre tra rabbia, scontri e paure
Un'inchiesta firmata da Paolo Dimalio su "Il Fatto Quotidiano" svela i messaggi e le spaccature interne al canale "Movimento 17 ottobre". Tra accuse di infiltrazioni, citazioni colte, teorie della rivoluzione e timori che la violenza favorisca il Governo
TORINO – Il clima di tensione che nelle ultime settimane ha attraversato le piazze d’Italia — con Torino e il Torinese ancora una volta in prima linea tra cortei studenteschi, mobilitazioni contro il carovita e proteste per la casa — ha un suo corrispettivo ideale e incandescente nel mondo digitale. Un universo fatto di anonimato, nickname storici, spaccature ideologiche e notifiche a raffica.
A gettare una luce accesa su questo “dietro le quinte” è un’inchiesta firmata dal giornalista Paolo Dimalio su Il Fatto Quotidiano, che ha analizzato dall’interno l’attività del neonato canale Telegram “Movimento 17 ottobre”: una chat esplosa nel giro di pochissimi giorni con oltre quota 3.000 iscritti e più di 3.200 messaggi, diventata il termometro umorale delle nuove proteste giovanili.
Massimalisti contro riformisti: il dilemma della violenza
Come evidenzia l’analisi , all’interno del gruppo si consuma un dibattito che ricorda molto da vicino le storiche scissioni del Novecento tra massimalisti e riformisti, riadattate però al linguaggio rapido dei social network.
Da una parte c’è chi sostiene che l’escalation e i danneggiamenti in piazza siano l’unica strada percorribile per scuotere il sistema. Dall’altra, la fazione “legalitaria” e cauta frena e lancia l’allarme politico, guardando direttamente alle ripercussioni sulle urne:
«Più spacchi, più Meloni arriva al 50 per cento e si fa propaganda per Futuro Nazionale», scrive un utente.
La risposta del “massimalista” di turno è gelida e provocatoria: «Se rivince succederà un casino della madonna, la gente si incattivisce. È matematica».
I bersagli delle proteste e il nodo dei saccheggi
Il dibattito si fa particolarmente acceso sul senso politico della violenza di piazza, un tema che a Torino si è riproposto ciclicamente durante i recenti cortei in centro e sotto i palazzi delle istituzioni.
C’è chi prova a tracciare una demarcazione strategica sui bersagli: «La distruzione deve esserci ma metodica, contro banche ed istituti di credito», ma c’è chi replica amaramente facendo notare che colpire l’esercizio commerciale sotto casa o la commessa «spinge inevitabilmente la gente a destra».
Tra citazioni di Marx, paragoni strampalati con la Rivoluzione Francese («Hanno ghigliottinato e raso al suolo paesi interi, questo è niente») e timori per derive repressive («Ci ritroveremo con i cecchini sui tetti»), la rabbia dei giovani viaggia a ruota libera, sfidando anche la sfiducia verso la politica tradizionale: «Non bisogna distinguere tra destra e sinistra, ma agire bloccando il Paese».
«Chi ci dice che non sia un canale creato dal Governo o che ci siano gli sbirri della Digos?»: il sospetto dell’infiltrazione
Il “mistero” del canale e la paranoia delle infiltrazioni
Non manca la paranoia tipica della rete. Molti utenti mettono in dubbio la genuinità stessa della chat, chiedendosi chi ci sia davvero alla regia del “Movimento 17 ottobre”: «Chi sono i vertici? Il governo ha la possibilità di creare gruppi antisistema funzionali, ricordiamocelo».
Altri si interrogano su quali app usare per pianificare le azioni al riparo dagli occhi delle forze dell’ordine (passando da Signal a Session), mentre gli scettici liquidano la foga cospirativa con un’amara verità: «Tanto la Digos e la Postale entreranno lo stesso, bastava non compiere atti illegali».
Un segnale che le piazze (e la politica) non possono ignorare
Se nel secolo scorso la dialettica politica si consumava nei congressi di partito, mettendo la faccia e il nome sulle tessere, oggi la protesta giovanile — anche quella che si respira sotto la Mole e nelle università torinesi — galleggia in questo mare di parole anonime.
Ma al di là degli sfondoni storici e dei toni esasperati, l’inchiesta de Il Fatto Quotidiano restituisce la fotografia di una generazione attraversata da una profonda inquietudine per il futuro, disillusa dai partiti e spaccata tra la tentazione dello scontro di piazza e la ricerca di una reale prospettiva di cambiamento.

