Il caldo anomalo ha fatto risvegliare in anticipo le api
Cronaca bianca
23 Gennaio 2013

Il caldo anomalo ha fatto risvegliare in anticipo le api

VALLI — È alquanto anomalo che la colonnina di mercurio segni 18 gradi a inizio gennaio.
A risentirne in primo luogo è la natura, in ogni suo aspetto. Le elevate temperature dei giorni scorsi hanno infatti portato gli insetti ad uscire dai loro rifugi. Anche per le api “domestiche” è stato un risveglio anticipato, ma più che di risveglio si dovrebbe parlare di “ri-attivazione”, perché in realtà le api non cadono mai in un vero e proprio letargo, ma rallentano solo le loro attività interne all’alveare e si riuniscono al centro dell’arnia in un glomere compatto per tenere al caldo la propria regina, a circa 28 – 30 gradi, e riuscire a passare la brutta stagione consumando il meno possibile le scorte di miele, la loro primaria fonte di energia, accumulate durante l’estate.
Proprio il clima particolare di questo periodo può portare le famiglie di api a credere che sia ora di sciogliere il glomere e riprendere le attività esterne, come la raccolta del polline che serve da nutrimento alla covata appena deposta dalla regina. Questa, per poter deporre, deve stare ad un temperatura superiore, di circa 35 – 38 gradi, e così le altre api, per tenerla al caldo, consumano ulteriormente le residue scorte di miele.
«Tutto ciò dipende principalmente dagli accorgimenti che ha l’apicoltore – spiega Andrea Barbiso, apicoltore professionista e proprietario dell’azienda agricola “La baita delle api” a Chialamberto – nella stagione autunnale basta lasciare alle api un quantitativo di miele in modo che possano consumarlo in “occasioni speciali”, come appunto un aumento fuori stagione delle temperature.
Oltre all’andamento stagionale sfavorevole anche altri fattori fanno temere per lo sviluppo dell’apicoltura piemontese, che nel 2012 ha contato 132.248 alveari censiti.
Questi sono l’inquinamento da pesticidi e insetticidi, e svariate avversità che colpiscono l’ape adulta e la sua covata come l’ “acaro varroa”, un parassita che si attacca al corpo dell’ape e la indebolisce succhiandone l’emolinfa (il sangue dell’ape). Fino ad ora non è stata trovata una cura totalmente risolutiva ma ce ne sono alcune abbastanza efficaci, come l’utilizzo di metodi chimici di origine naturale ad esempio l’acido salico.
«Nonostante gli innumerevoli problemi che una colonia può subire – aggiunge Andrea Barbiso – quest’anno per diversi fattori, si è verificata una moria di api inferiore rispetto agli anni passati, il 5 – 15% del 2012 contro il 20 – 40% degli anni scorsi, e le colonie appaiono decisamente più popolose».
Ci si augura quindi, che tolti gli inconvenienti del caldo, si tratti di una stagione positiva per gli amanti di questi utili e laboriosi insetti.

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