Reati sui minori, il dovere del silenzio: perché non facciamo i nomi (e perché è un atto di civiltà)
Cronaca nera, Editoriale, Prima pagina
17 Marzo 2026
Dopo l’operazione “Viridis” e il caso nazionale che coinvolge un ex vicedirettore di un garnde network televisivo, torna il dibattito sulla tutela delle vittime minori

Reati sui minori, il dovere del silenzio: perché non facciamo i nomi (e perché è un atto di civiltà)

Dalle indagini nel Ciriacese di cinque anni fa ai recenti blitz della Postale: la scelta di non pubblicare le generalità degli indagati non è omertà, ma l’applicazione rigorosa della Carta di Treviso. Un argine necessario per evitare che il diritto di cronaca si trasformi in un secondo, indelebile abuso sulla pelle dei più piccoli

L’operazione “Viridis” della Polizia Postale, con i suoi arresti tra Torino e Asti, riporta a galla una ferita mai del tutto rimarginata nel nostro territorio. Cinque anni fa, il Ciriacese fu scosso da un’inchiesta dolorosa nata nel cuore del “privato”: un noto professionista, un uomo considerato “di famiglia”, accusato di aver tradito la fiducia degli amici più cari per abusare dei loro figli, drogandoli e filmandoli.

In quell’occasione, come oggi — e come accaduto proprio in queste ore nelle cronache nazionali per l’arresto di un noto giornalista, ex vicedirettore di un garnde network televisivo, e di sua moglie — molti lettori si pongono la stessa domanda: “Perché non fate i nomi? Perché non pubblicate le loro foto?”.

La risposta non risiede in un timore reverenziale verso il “potere” o il “collega”, ma nel solco di un progresso civile che ogni giornalista ha il dovere di presidiare: la Carta di Treviso.

La tutela dei minori sopra ogni cosa

La deontologia professionale ci impone un limite invalicabile quando ci sono di mezzo dei minori. Nel caso del Ciriacese, come nel recente caso romano del giornalista e dell’insegnante, fare i nomi significherebbe, per proprietà transitiva, rendere immediatamente identificabili le loro vittime.

In una comunità ristretta come la nostra, o nel cerchio delle conoscenze di una coppia nota, il nome dell’indagato è il nome del padre o dello “zio” di quei bambini: pubblicarlo significherebbe condannare quei ragazzi a un secondo abuso, quello sociale, marchiandoli per sempre agli occhi del mondo.

Oltre il sensazionalismo

Pubblicare le generalità in casi di pedopornografia risponde spesso a una sete di giustizia sommaria che il giornalismo non deve alimentare. Il nostro compito è informare sul reato e sull’azione dello Stato. La legge è uguale per tutti, ma il diritto all’anonimato delle vittime è un principio superiore. Non è un “favore” agli indagati (che affronteranno i loro gradi di giudizio, come i 20 anni chiesti dal PM nel capitolo finale della vicenda ciriacese del 2021), ma uno scudo per chi ha già subito l’orrore.

Un patto di fiducia con il lettore

Scegliere il silenzio sui nomi è una decisione spesso impopolare nell’era dei social dove tutto è urlato e la gogna è a portata di click. Ma è l’unica scelta possibile per chi crede che la dignità di un bambino valga più di una facile visualizzazione. Proteggere l’identità di chi ha subito il male è l’unico modo che abbiamo per permettere a quelle giovani vite di avere ancora un futuro.

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