Furto alla Reggia di Venaria: il “varco segreto” in via don Sapino e il mistero delle tabacchiere d’oro snobbate dai ladri
Tre minuti di terrore nel complesso sabaudo: dai buchi nella recinzione alle teche infrante. Ecco come i tre ladri incappucciati sono entrati (senza arrampicarsi) e perché il colpo da 150mila euro nasconde l'ombra di un basista
Continua a ritmo serrato la caccia alla banda di malviventi che ha messo a segno il clamoroso furto alla Reggia di Venaria. Con il passare delle ore e il proseguire dei sopralluoghi dei Carabinieri, emergono retroscena inquietanti sulla facilità con cui i criminali sono riusciti a penetrare all’interno del complesso sabaudo, evidenziando crepe inaspettate nei sistemi di sicurezza esterni.
Mentre i turisti affollano le sale trasformando la zona del colpo nella “nuova attrazione” della Reggia, gli investigatori ricostruiscono un’azione chirurgica durata poco più di 60 secondi.
Il “varco segreto” e la rete piegata: come sono entrati i ladri
Contrariamente a quanto si possa pensare, accedere all’immensa area dei Giardini della Reggia non ha richiesto grandi acrobazie. I rilievi degli investigatori si sono concentrati sul lato di via don Sapino, dalla parte opposta rispetto all’ingresso principale.
È qui che si consuma la prima grave falla:
- La rete tranciata: I tre ladri incappucciati hanno semplicemente tagliato e piegato una recinzione a maglie sottili che separa i prati del complesso dalla tenuta de La Mandria e dall’eliporto militare Mario Santi.
- Lo spazio “di taglio”: A lato di uno dei cancelli con apertura automatica (usato come ingresso secondario) c’è uno spazio libero dove una persona riesce a passare letteralmente “di taglio” senza alcuna difficoltà.
- Niente allarmi sui confini: I chilometri di protezioni esterne non sono allarmati né monitorati da telecamere. Una scelta obbligata: se ci fossero sensori di movimento, la vicinanza con l’oasi naturale de La Mandria li farebbe scattare continuamente al passaggio di cervi e cinghiali.
60 secondi di terrore: il percorso fino alla Camera d’Udienza
Una volta all’interno dei Giardini, i tre uomini si sono diretti verso il Caffè degli Specchi, forzando una delle porte che dà sulla terrazza. In quel preciso istante è scattato il sistema antifurto sonoro, ma la banda sapeva esattamente come muoversi:
- L’ingresso: Forzata la porta del locale, hanno attraversato una porzione della maestosa Galleria Grande.
- Il bersaglio: Sono arrivati diretti nella Camera d’udienza del Duca di Savoia.
- Il blitz: In poco più di un minuto, hanno frantumato la teca antisfondamento e arraffato 26 orologi storici del XVIII secolo (di manifattura inglese e francese in oro e smalto, donati nel 2012 dagli eredi di Giorgio Accornero).
Mentre l’allarme suonava e la guardia armata dell’istituto Allsystem si precipitava sul posto, i tre erano già ripartiti con un bottino stimato in circa 150 mila euro.
Il giallo delle tabacchiere: l’ombra del basista e del collezionista
C’è un dettaglio fondamentale che sta orientando le indagini dei Carabinieri della Compagnia di Venaria, del Comando provinciale di Torino e del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, coordinati dalla pm della Procura di Ivrea Elena Parato.
Perché i ladri hanno ignorato le tabacchiere? A pochi centimetri dalla teca distrutta, in un’altra teca, erano esposte 24 tabacchiere del tardo Settecento (tedesche, francesi, inglesi e svizzere). Si tratta di oggetti dal valore commerciale nettamente superiore a quello degli orologi trafugati.
I ladri non le hanno nemmeno toccate. Questo dettaglio porta gli investigatori verso due ipotesi principali:
- Furto su commissione: Un collezionista privato (il “mandante”) ha ordinato ed stipulato il furto esclusivamente per gli orologi.
- La presenza di un basista: La banda si è mossa con una precisione tale da far pensare a uno o più sopralluoghi preventivi, o all’aiuto di qualcuno all’interno che ha fornito la mappa esatta del percorso ed evitando perdite di tempo.
Se non dovesse trattarsi di un colpo su commissione, scatta il rischio del mercato nero: gli orologi potrebbero essere piazzati su canali illegali o siti web specializzati.
Il precedente di Torino e l’incubo di Stupinigi
Il colpo alla Reggia riporta alla mente altri due clamorosi episodi che hanno segnato il territorio piemontese: la Casa d’Aste Sant’Agostino a giugno: tra il 6 e il 7 giugno scorsi, in corso Tassoni a Torino, cinque ladri incappucciati svaligiarono la casa d’aste in soli 4 minuti. Un bottino da 1 milione di euro tra diamanti, rubini e Rolex. In quel caso, i Carabinieri ritrovarono parte della refurtiva nel campo rom di strada del Villaretto, portando all’iscrizione di quattro indagati. Il precedente storico di Stupinigi (2004): L’ultima grande razzia in una dimora sabauda risale al 9 febbraio 2004 alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, quando sparirono arredi per 20 milioni di euro. I capolavori del Piffetti e i quadri furono poi ritrovati nel novembre 2005 nelle campagne di Villastellone dopo un tentativo di estorsione.
La reazione dei turisti: “Dov’è la sala del furto?”
Nel frattempo, la notizia ha scatenato una morbosa curiosità tra i visitatori. Se prima del furto i turisti passavano quasi rapidamente per la Camera d’Udienza del Duca di Savoia — situata subito dopo la magnificenza della Galleria Grande —, oggi la situazione si è ribaltata.
Guide e custodi si sentono rivolgere continuamente la stessa domanda: “Dov’è la stanza dove hanno rubato gli orologi?”. Un interesse inaspettato che ha trasformato la sala del delitto nella tappa più richiesta dell’intero percorso museale.
Punti chiave emersi dalle indagini:
- Falla di sicurezza: recinzione in via don Sapino sottile, non monitorata da telecamere e facile da piegare.
- Tempistica: meno di un paio di minuti per forzare la porta del Caffè degli Specchi, spaccare il vetro e fuggire.
- Anomalia: ignorate le tabacchiere del ‘700 di valore molto più alto rispetto ai 150.000€ di orologi.

