I seicento chilometri di Francisca e quella democrazia ritrovata per il suo Paese sull’asse Cirié-Milano
IL CORSIVO – Storie di casa nostra che guardano al mondo. La lezione di una donna brasiliana residente nel Ciriacese che ha percorso chilometri pur di votare alle presidenziali, mentre da noi l'astensionismo svuota le urne sotto casa
È brasiliana, a poco più di quarant’anni, vive nel nostro territorio da anni ed è una di quelle donne a cui la vita non ha regalato nulla. Separata, due figli da tirare su con dignità e sacrificio, un titolo di studio in tasca che spesso deve mettere da parte per fare i lavori più umili – e per il quale studia anche qui in Italia per “legittimarlo” – compresa l’assistenza agli anziani. La chiameremo Francisca, per tutelarne la privacy, ma la sua storia è reale ed è una di quelle lezioni che arrivano in silenzio, senza salotti televisivi né comizi.
Qualche settimana fa, mentre il Brasile si giocava il proprio futuro politico nel duello tra la sinistra di Lula e la destra di Bolsonaro, Francisca non ha avuto dubbi. Per votare al primo turno, e poi di nuovo per il ballottaggio, si è messa in viaggio dal Ciriacese verso Milano. 150 chilometri all’andata, 150 al ritorno. Per due volte. Con i prezzi dei carburanti alle stelle, la fatica di chi lavora tutta la settimana e il conteggio dei centesimi in tasca.
Nessuno le ha portato l’urna a domicilio. Nessuno le ha offerto un rimborso spese. Francisca ha semplicemente preso e si è mossa. Perché lei ha memoria. Ricorda la ferita dell’Amazzonia saccheggiata, la sofferenza della povera gente, la gestione sociale di anni che hanno piegato il suo Paese d’origine. Per lei, quella scheda elettorale infilata nell’urna dell’ambasciata o del consolato non era un esercizio di stile: era un atto di legittima difesa.
Poi guardi a casa nostra, con l’unica eccezione dell’esploit referndario sulla Giustizia del maggio scorso. Dove le scuole adibite a seggio distano poche centinaia di metri dal divano di casa. Dove l’astensionismo ormai sfonda regolarmente il muro del 50%, lasciando deserte le urne quasi per stanchezza o snobismo. Ci lamentiamo di tutto, ma rinunciamo all’unico strumento reale che la storia ci ha consegnato — a caro prezzo di sangue e democrazia — per incidere sulle cose.
Non sarà stata certamente la preferenza della “nostra” Francisca a spostare l’asse dell’elezione a Brasilia. Ma il punto non è chi ha vinto o chi ha perso. Il punto è la motivazione. La consapevolezza che la democrazia non è un soprammobile garantito per sempre, ma un muscolo che va allenato.
Mentre noi continuiamo a disertare le urne con la pancia piena e la memoria corta, c’è chi fa 600 chilometri per ricordare a tutti noi a cosa serve, ancora, un semplice foglio di carta piegato in quattro.

